sabato 11 febbraio 2023

Eguali, ma diversi: una saggio del Prof.Maurizio Grassini

Presentiamo un saggio del Prof. Maurizio Grassini, con una grande esperienza di Econometria SECS-P05 anche alla Facoltà di Scienze Politiche Università degli Studi di Firenze, su uno dei temi più discussi nella sinistra e non solo: la lotta alla disuguaglianza per il raggiungimento dell'eguaglianza, pubblicato su Fucina idee.

 Eguali…ma diversi,  di Maurizio Grassini

Tramontato il ‘Sol dell’avvenire’, scomparsa la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, nel cielo della sinistra è spuntata sempre più brillante la stella della lotta contro le’ diseguaglianze’. 

Secondo Norberto Bobbio nel suo saggio ‘Destra e Sinistra’, la lotta contro le disuguaglianze è oggi il ‘core business’ delle forze politiche che vantano antenati che lottavano per la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e per l’affermazione delle libertà sostanziali in spregio a quelle formali che, oggi, usiamo chiamare human rights.

L’obiettivo della lotta alla diseguaglianza è ovviamente il raggiungimento dell’eguaglianza. 

Questa, di fatto, è un’opzione ideologica, poiché non esiste in ‘natura’, sia quando si fa riferimento alle condizioni di partenza quanto a quelle di arrivo.

Le condizioni di partenza sono profondamente segnate dai genitori, dalla famiglia e dalle relazioni familiari. 

Rimuovere questi fattori implica una deportazione dei figli in un ‘unico’ collegio giacché il ricorso a più collegi condurrebbe inevitabilmente a differenziazioni in contrasto con l’obiettivo dell’uguaglianza alla partenza: una soluzione distopica. 

Quindi l’eguaglianza alla partenza non può esistere anche perché ogni giovane non può scegliersi i genitori.

L’eguaglianza all’arrivo comporta un sistema complesso di handicap da applicare lungo il corso della vita produttiva di ogni persona affinché questa non si distacchi dal gruppo che, dato l’obiettivo politico dell’eguaglianza, deve arrivare compatto al traguardo. 

Come alla partenza, anche l’eguaglianza all’arrivo è un obiettivo a cui la sinistra tende ed anche questo obiettivo si configura irraggiungibile.

La lotta per l’eguaglianza della sinistra galleggia tra queste due distopie. 

Essa si caratterizza poi per il trattamento delle persone come massa. 

Questo carattere può essere esemplificato nella versione del principio di eguaglianza che la sinistra fa dei seguenti due commi dell’ art. 43 della Costituzione Italiana:

a)      I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

b)     La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Che la sinistra sintetizza nella versione:

I giovani hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze

Tutti i giovani – non solo capaci e meritevoli giacché sono tutti eguali - hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e, inoltre, borse di studio, assegni alle famiglie e provvidenze vengono elargite a tutti senza concorso, perché il concorso per definizione crea diseguaglianze.

L’eguaglianza all’arrivo ha rappresentato, da sempre, la pietra angolare della società socialista. Quando poi, con il crollo dell’Unione Sovietica, l’immagine della società dell’eguaglianza, della giustizia sociale e delle libertà sostanziali si dissolse, la ‘società giusta’ proposta dal filosofo John Rawls si prospettò alla sinistra come una nuova ‘dottrina’ della giustizia sociale adeguata ai nuovi tempi.

Questa ‘società giusta’, seppur definita in termini distanti dai problemi concreti che la convivenza civile comporta, è la società dove ‘oneri e benefici’ di tutti i membri sono stabiliti al momento della sua fondazione: quando si decidono le condizioni iniziali dell’’eguaglianza’.  

Seppur non ravvisabile come stilizzazione di una società reale, questa ‘società giusta’ ha per la sinistra il pregio di conservare l’equilibrio degli ‘oneri e benefici’ iniziali dei suoi membri con una politica economica diretta a ricostituire continuamente l’equilibrio iniziale; equilibrio che continuamente nella vita di tutti i giorni si altera. 

Cioè, una lotta contro l’insorgere delle ’diseguaglianze’.  Alla fine, non più la nazionalizzazione dei mezzi di produzione ma semplicemente un welfare state in costante espansione con il proposito di rimediare alle diseguaglianze.

Ma la stella polare dell’eguaglianza rivela la sua astrattezza con la propria irraggiungibilità: non esiste alla partenza, c’è solo l’aspirazione o la speranza di raggiungerla in un punto indefinito nel tempo. 

Ma il continuo sfaldarsi di ogni sforzo diretto al perseguimento dell’eguaglianza dovrà pur significare che c’è qualcosa di storto in questo obiettivo politico tanto caro alla sinistra?

Infatti, l’eguaglianza non esiste nel campo in cui sono praticate le politiche economico-sociali. 

Esigenze di concretezza impongono di considerare le diversità e non le diseguaglianze, perché le diversità sono la realtà nella quale il policy maker è chiamato e costretto ad operare.

Con il criterio delle diversità non hanno valore le unità di misura adottate per la distinzione tra ricchi/poveri o tra chi ha di più e chi ha di meno, perché il criterio delle diversità induce a distinguere chi è in grado e chi non è in grado di produrre reddito.

I soggetti che producono reddito, in questa prospettiva, devono essere trattati con dovuto riguardo perché è con il loro lavoro che tutti possono godere dei consumi pubblici, inclusi coloro che, per varie ragioni, non partecipano alla produzione del reddito.

I soggetti che producono reddito meritano, quindi, doverose attenzioni ed in particolare non devono essere condannati ad assistere a politiche economico-sociali che assumono la forma di interventi caritatevoli del policy maker.

Inoltre, la diversità delle traiettorie delle produzioni di reddito individuali deve meritare il più ampio apprezzamento sociale e non deve essere mortificata come avviene quando la politica economica-sociale è orientata alla lotta contro le disuguaglianze.

La diversa capacità individuale di produrre reddito è un dato della realtà e, in un’economia di mercato, gli individui non mantengono posizioni economiche relative statiche: la società è il luogo dove lo status relativo di ogni singolo individuo è in continuo cambiamento. 

L’ascensore sociale viene, appunto, evocato per misurare l’esito di questi cambiamenti delle posizioni individuali. Ed oggi si sentenzia erroneamente: l’ascensore sociale si è bloccato. 

Ciò è falso. L’ascensore sociale segnava un miglioramento generale delle posizioni individuali quando, partendo da dominanti livelli di reddito bassissimi, se non di indigenza, non c’era altra prospettiva se non quella di un miglioramento generale (seppur diseguale: non tutti insieme segnavano un miglioramento). 

Oggi, l’ascensore sociale è usato da una società lontana da quella, ad esempio, di un secolo fa quando veniva preso (se preso) soprattutto dal ‘pian terreno’. 

Oggi, nella nostra società ‘affluente ai consumi’ l’ascensore si prende ai piani superiori e quindi si può tanto salire quanto scendere. 

Questo è ciò che accade nella nostra società. Grazie ai livelli di benessere diffuso (basta pensare alla partecipazione massiccia alle vacanze al mare, alle settimane bianche, ai viaggi all’estero, al fine settimana in giro per le città d’arte, un turismo a tutto tondo considerato un diritto sociale acquisito) oggi l’ascensore sociale viene preso principalmente a livelli di benessere conquistato dai genitori, livelli che non sempre i figli sono capaci di mantenere.  

La pretesa dei figli di non arretrare genera angoscia che poi chiamiamo ‘disagio sociale’. 

Questo è proprio frutto delle diversità che scaturiscono dalle differenze che ognuno di noi marca per le proprie capacità di partecipazione, con ogni singolo contributo individuale, alla produzione del benessere collettivo. 

E con queste diversità bisogna saper vivere.

Lucca, 10 febbraio 2023



 

 

venerdì 10 febbraio 2023

TTR – Think Tank Reformists: IL GIORNO DEL RICORDO

Per non dimenticare i drammatici fatti del nostro confine nord-orientale TTR, dalla Fucina delle Idee, propone:

·      Un saggio di Raoul Pupo, storico italiano, professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste, tra i massimi conoscitori dell'Esodo giuliano-dalmata e dei massacri delle foibe.

·      Alcune considerazioni politiche in un articolo del Prof. Paolo Razzuoli


L'esodo dei giuliano-dalmati, di Raoul Pupo.

Per esodo giuliano-dalmata s’intende l’abbandono forzato, da parte della quasi totalità del gruppo nazionale italiano, del suo territorio d’insediamento storico in Istria, a Fiume ed a Zara, passate, dopo la Seconda guerra mondiale, dalla sovranità italiana a quella jugoslava.

Il termine esodo, scelto all’epoca dei fatti dai profughi stessi per sottolineare la dimensione biblica della loro tragedia, è diventato nel corso dei decenni una formula adottata dagli storici per definire una particolare tipologia di spostamento forzato di popolazione, diverso nella forma ma non nei risultati, dalle deportazioni e dalle espulsioni.

Esodi dunque (Ferrara e Pianciola) sono "quei casi in cui un gruppo di abitanti fu indotto a fuoriuscire dai confini politici del territorio in cui viveva a causa di pressioni esercitate dal governo che lo controllava, sia in termini di violenza diretta sia in termini di privazione di diritti, soprattutto in corrispondenza di un radicale mutamento politico che investiva le relazioni tra stati (conflitti bellici, crolli e costruzioni di stati). In tali circostanze la migrazione forzata non era il chiaro obiettivo iniziale del governo in questione, né tantomeno quest’ultimo la organizzò; il risultato finale fu comunque l’emigrazione quasi totale del gruppo. Questi casi vanno senza dubbio compresi nel novero delle migrazioni forzate, anche se furono gli unici in cui la scelta di migrare fatta dai singoli o dalle singole famiglie ma estesasi fino ad acquisire una dimensione di massa, ebbe un ruolo attivo nello spostamento. Essi furono inoltre gli unici in cui le condizioni di arrivo (per esempio la concessione della cittadinanza nel paese di accoglienza) furono un fattore importante”.

Sulle dimensioni reali dell’esodo è regnata a lungo l’incertezza, alimentata da stime parziali o, al contrario, gonfiate. Ad esempio, la cifra “ufficiale” di 350.000 profughi diffusa dalle associazioni dei profughi non ha alcuna consistenza scientifica, ma deriva semplicemente da un accordo interassociativo per evitare corse al rialzo, peraltro prive di senso: dal punto di vista interpretativo, infatti, ciò che conta non è la cifra assoluta, ma il fatto che a doversene andare fu comunque la quasi totalità del gruppo nazionale italiano. In tempi recenti, fra gli studiosi si registra una certa convergenza sull’ordine di grandezza di circa 300.000 persone che nel corso del dopoguerra avrebbero abbandonato i territori già appartenenti allo stato italiano. In stragrande maggioranza si trattava di italiani, ma erano presenti anche nuclei sloveni e croati.

Va inoltre tenuto presente che l’attribuzione della nazionalità non è cosa semplice in territori di frontiera, in cui i percorsi di nazionalizzazione sono stati particolarmente complessi.

L’esodo è stato un fenomeno lungo, durato dal 1944 al 1958, attraverso fasi diverse. In primo luogo, bisogna distinguere le fughe clandestine di persone direttamente minacciate, dagli esodi di massa che coinvolsero intere comunità. Le fughe avvennero con continuità, per terra e per mare, lungo tutto il periodo e non sempre ebbero esito positivo: molte, infatti, furono le vittime per mano dei militari jugoslavi. Gli esodi di massa invece avvennero in genere quando le comunità italiane si convinsero che la dominazione jugoslava era diventata irreversibile.

Il primo in ordine cronologico fu l’esodo da Zara: iniziò come sfollamento della città a seguito dei devastanti bombardamenti alleati del 1943/44 e si consolidò in esilio dopo l’ingresso in città delle truppe jugoslave nell'ottobre 1944. Il secondo esodo fu quello silenzioso da Fiume, che si svolse gradualmente: nel gennaio 1946 i partiti erano già 20.000 e la città si svuotò entro il 1948.

A Pola, nel luglio 1946, 28.058 residenti su 31.700 dichiararono di voler lasciare la città in caso di cessione alla Jugoslavia. Un’ulteriore spinta a partire fu impressa dalla strage di Vergarolla del 18 agosto, che fece un centinaio di vittime e che dalla popolazione venne attribuita ad una strategia terrorista jugoslava.

L’esodo iniziò a dicembre e coinvolse circa 30.000 persone, comprese alcune migliaia di istriani confluiti anche da fuori città. Fu quindi un esodo preventivo, perché il trattato di pace entrò in vigore appena il 15 settembre 1947.

L’ondata successiva riguardò i residenti nei territori passati alla sovranità jugoslava a seguito del Trattato di pace, che si avvalsero del diritto di opzione per la cittadinanza italiana entro un anno. Fu questo il “grande esodo”, che svuotò quasi integralmente le città ed aprì ampi vuoti anche nelle campagne. Complessivamente, il flusso riguardò circa 130.000 persone e si svolse in due tappe, perché il rigetto delle domande di opzione da parte delle autorità jugoslave bloccò molti richiedenti, fino alla riapertura dei termini per le opzioni nel 1951. Dopo quella data, circa 5.000 altri italiani riuscirono ad esodare attraverso la complessa ed onerosa procedura dello “svincolo” dalla cittadinanza jugoslava.

L’ultima ondata fu quella degli abitanti la zona B del mai costituito Territorio libero di Trieste, provvisoriamente amministrata da un governo militare jugoslavo, i quali fino agli inizi degli anni ’50 sperarono di poter ritornare a far parte della madrepatria italiana. Già nel 1950 però si ebbe un picco di un migliaio di partenze, a seguito delle violenze di cui gli italiani caddero vittime in occasione delle elezioni amministrative del 16 aprile. La definitività della dominazione jugoslava divenne chiara dopo la nota bipartita anglo-americana dell’8 ottobre 1953 e venne sancita dal Memorandum di Londra del 26 ottobre 1954. Ne seguì l’esodo quasi totalitario della popolazione italiana della zona, cui si aggiunsero circa 2.700 abitanti di alcuni villaggi nei dintorni di Muggia, trasferiti anch’essi alla Jugoslavia a seguito di una modifica della linea di demarcazione.

Le motivazioni dell’esodo furono molteplici, ma in buona parte riconducibili alla crisi identitaria che travolse le comunità italiane. Per comprenderle meglio, conviene distinguere fra motivazioni delle vittime e intenzioni del potere, salvo poi ricombinare i due piani del discorso.

Nella memoria degli esuli, un posto privilegiato ha la paura. Si trattava dell’eco del trauma delle foibe, consolidato dalla situazione di costante insicurezza dovuta all’azione di un regime stalinista, da parte del quale gli italiani erano visti con pregiudiziale sospetto e che mostrava la mano pesante non solo verso i reali oppositori, ma nei confronti di chi anche solo si mostrasse tiepido nel rispondere agli appelli alla mobilitazione. Ne seguì una serie infinita di abusi, prevaricazioni, intimidazioni, bastonature, arresti e, talvolta, sparizioni. La paura fu la causa diretta delle fughe clandestine e quella indiretta dell’indebolimento della capacità di resistenza delle comunità italiane, ma non costituì in realtà la motivazione principale dell’esodo.

Maggiormente pesò il ribaltamento generale – una vera rivoluzione – degli assetti della società locale, dal punto di vista economico, politico, nazionale, culturale e di classe.

La trasformazione socialista dell’economia socialista distrusse le basi materiali di buona parte delle comunità italiane: artigiani, commercianti, negozianti, piccoli e grandi imprenditori, pescatori, agricoltori. Questi ultimi, se di modesta condizione, poterono inizialmente giovarsi della distribuzione delle terre dei proprietari maggiori, ma vennero penalizzati dagli ammassi, dall’ingresso forzato nelle cooperative, dalla pianificazione delle coltivazioni e dalla sottrazione di braccia per il “lavoro volontario”. I pubblici dipendenti scontarono la diffidenza dei nuovi amministratori, ad esempio in settori quali l’istruzione e la magistratura. La paralisi produttiva mise in crisi operai ed impiegati.

I rapporti fra i “poteri popolari” e gli italiani furono sin dall’inizio pessimi e peggiorarono col tempo. Solo pochi elementi comunisti vennero inseriti nelle strutture amministrative e, nonostante il loro zelo anche a danno dei connazionali non militanti, rimasero ai margini dei processi decisionali. Fino a quel momento gli italiani avevano detenuto il monopolio del potere e di colpo ne furono totalmente esclusi; allo stesso modo, mentre fino ad allora essere italiani aveva costituito un vantaggio, dopo il maggio 1945 divenne una penalizzazione, perché quella italiana veniva considerata una minoranza subordinata, ed anche un fattore di rischio, perché appartenere al gruppo nazionale italiano rappresentava di per sé occasione di sospetto. Inoltre, se l’uso della lingua italiana non era vietato, come pure l’appartenenza alla cultura italiana, era invece considerato grave reato ogni riferimento ai contenuti politici dell’identità nazionale italiana, così come si erano costituiti a partire dal risorgimento dando origine ad un diffuso patriottismo italiano, che ora veniva trattato come un crimine. Contemporaneamente, il tentativo delle autorità di ri-slavizzare contro il loro desiderio i cittadini di origine slovena e croata attraverso la slavizzazione dei cognomi e la negazione dell’accesso alle scuole italiane, venne percepito come parte di un attacco generalizzato all’italianità.

Più in generale, tutti i comportamenti, i valori e le gerarchie consolidate da tempo immemore venivano rimessi in discussione. I ceti urbani, dominanti fin dai tempi della romanizzazione, si trovarono alla mercé di quelli rurali, tradizionalmente subordinati, mentre il rovesciamento del rapporto città/campagna assumeva anche un chiaro connotato di rivalsa nazionale. Nelle campagne, i coltivatori diretti italiani si scoprirono in balia degli elementi marginali delle comunità di paese. Sparirono rapidamente i punti di riferimento consueti del gruppo nazionale italiano: amministratori locali, insegnanti, sacerdoti, vittime questi ultimi di una persecuzione religiosa che colpì duramente anche le grandi masse di fedeli.

Il sommarsi di tali elementi, in un clima generale di immiserimento ed oppressione, generò una diffusa situazione di “spaesamento”, sintetizzabile nell’espressione “sentirsi stranieri in patria”. Si creò così una situazione di complessiva invivibilità, nella quale le comunità italiane giunsero, con ritmi diversi, alla medesima conclusione: mantenere l’identità italiana, con tutta la densità attribuita a tale espressione, era impossibile nelle condizioni stabilite dal regime jugoslavo. Da ciò la decisione di affrontare il rischio dell’esodo.

Quanto agli obiettivi delle autorità jugoslave, fra questi non rientrava l’eliminazione totale del gruppo nazionale italiano, secondo un’ipotesi discussa ma scartata nel corso del 1944. Venne perciò varata una strategia di “integrazione selettiva”, chiamata della “fratellanza italo-slava” ma riservata ad una minoranza della minoranza italiana. Ne erano infatti pregiudizialmente esclusi tutti gli italiani di origine etnica slava, che andavano “ricondotti” alla nazionalità di origine, come pure i “borghesi” – considerati nemici di classe – ed i “residui del fascismo”, vale a dire quanti desideravano il mantenimento della sovranità italiana. Destinatari della politica della “fratellanza” erano quindi solo gli italiani “onesti e buoni”, cioè quelli disposti a battersi per l’annessione alla Jugoslavia e per la costruzione del socialismo, nonché disponibili ad accettare tutte le trasformazioni identitarie indispensabili per rientrare nei parametri fissati dal regime, a cominciare da un modo diverso di concepire l’italianità. In pratica, era una politica pensata per la classe operaia di orientamento comunista, per i contadini poveri e per qualche intellettuale.

L’applicazione della “fratellanza” venne però demandata ai quadri locali, reclutati durante la lotta partigiana, che alla “fratellanza” credevano assai poco ed erano invece propensi a vedere in ogni italiano un fascista. Inoltre, erano abituati a considerare i perplessi come nemici da “smascherare” ed a convincere i dubbiosi a suon di bastonate. Ben presto i livelli superiori del partito comunista jugoslavo si resero conto che i membri dei “poteri popolari” commettevano una miriade di “errori” che compromettevano il rapporto con la popolazione, non solo italiana, ma non disponevano di una classe dirigente diversa altrettanto politicamente affidabile. Complessivamente quindi, i limiti stessi della “fratellanza”, che poneva condizioni di accettabilità assai pesanti, uniti alle modalità della sua applicazione, spinsero su di una posizione antagonista nei confronti dei “poteri popolari” la grande maggioranza della popolazione italiana, mentre la durezza complessiva del regime intaccava il consenso anche di nuclei consistenti di popolazione slava.

I nodi vennero al pettine in occasione delle opzioni, quando le autorità si resero conto che a scegliere in massa la cittadinanza italiana erano anche gli italiani non etnici, comprese parecchie migliaia di sicuri croati – già sostenitori del movimento di liberazione – e pure numerosi proletari di lingua italiana. Ad opzioni in corso, scoppiò anche la crisi del Cominform a seguito della quale quasi tutti i comunisti italiani si schierarono con Stalin contro Tito, divenendo quindi anch’essi “nemici del popolo”. Alla piena delle opzioni, che stava svuotando l’Istria oltre ogni previsione e desiderio, le autorità cercarono di porre un freno con la repressione, con l’unico esito di esasperare ulteriormente gli animi. La politica della “fratellanza” era fallita, anche se formalmente rimase in piedi nei confronti dei pochissimi italiani non esodati, in gran parte solo perché non ci erano riusciti.

Una volta arrivati, più o meno fortunosamente, in Italia, gli esuli ci si trovarono inizialmente assai male. Alle gare di solidarietà promosse da enti locali e soggetti privati, in particolare cattolici, si accompagnarono forme di rifiuto antropologico nei confronti di italiani così diversi (ma sono austriaci o slavi?) ed anche politico da parte comunista nei confronti di chi fuggiva dalla Jugoslavia socialista e quindi non poteva che essere fascista. Inoltre, il Paese era stremato dalla guerra e senza risorse per far fronte alle esigenze di grandi masse di sinistrati, profughi dalla Venezia Giulia e rientrati dalle colonie. Gli esuli giuliano-dalmati quindi vennero sventagliati in un gran numero di Centri raccolta disseminati in tutta Italia, dove le condizioni abitative e sociali lasciavano molto a desiderare. Alcune migliaia non ce la fecero a resistere e presero la via dell’emigrazione transoceanica. Per gli altri la situazione cominciò a migliorare nella seconda metà degli anni ’50.

Per un verso, il governo fu in grado di avviare un massiccio programma di assistenza, comprendente sussidi, collegi per minori, riserve di posti nella pubblica amministrazione ed ampio piano di edilizia popolare, che consentì ad esempio la realizzazione di veri e propri quartieri giuliano-dalmati in 42 città italiane. Nella provincia di Trieste, in cui erano confluiti i profughi dalla zona B, vennero realizzati anche alcuni villaggi istriani, collocati nel “corridoio” territoriale che collega la città al resto del Paese e nel quale fino ad allora non esistevano insediamenti italiani. In sinergia con i soggetti pubblici operarono anche quelli privati, in particolare l’Opera profughi giuliani e dalmati, il CLN dell’Istria, la Pontificia Opera di Assistenza, oltre a singoli sacerdoti, circoli di benefattori e madrine, e molti altri ancora

Per l’altro verso, il boom economico favorì la collocazione degli esuli nel mercato del lavoro, tanto che si arrivò rapidamente ad una piena integrazione sociale. Rimase però la ferita della memoria, ché il prezzo dell’integrazione, in un’Italia che voleva gettarsi alle spalle i brutti ricordi della guerra e del dopoguerra, passò anche attraverso il silenzio e la rimozione dell’esperienza dello sradicamento. Quella ferita sarebbe stata sanata soltanto con il pubblico riconoscimento ottenuto nel 2004 con l’istituzione del Giorno del Ricordo.

Il Giorno del Ricordo: Alcune considerazioni politiche in un articolo del Prof. Paolo Razzuoli:

Dal 2005 ogni anno in Italia il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, giornata istituita per commemorare i tragici episodi vissuti dagli italiani nell'area del nostro confine nord-orientale, nel post armistizio e nel dopoguerra.

La data è stata scelta giacché proprio il 10 febbraio 1947 venne firmato il "Trattato di pace" che assegnava una parte della Venezia Giulia, l'Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia.

Gli eventi più radicati nell'immaginario comune sono quelli terribili delle foibe, gli inghiottitoi naturali che nel corso della Seconda guerra mondiale furono usati a più riprese prima dai fascisti italiani e poi dai partigiani di Tito per eliminare fisicamente gli avversari politici.

Oltre alla tragica pagina delle foibe, c'è un altro evento che ha segnato la memoria degli italiani di quegli anni: l'esodo istriano e giuliano dalmata, cioè l'abbandono progressivo dei luoghi dell'Istria e della Dalmazia in cui gli italiani erano nati e in cui si erano insediati nei secoli, in seguito all'ascesa del nuovo regime comunista di Tito.

Gente che ha abbandonato le proprie terre, lasciandovi tutto ciò che avevano, e che in Italia non raramente hanno dovuto fare i conti con un ambiente ostile, anche se tanti sono stati gli episodi di solidarietà, e incisivi sono stati anche i provvedimenti legislativi.

Pensiamo un attimo alla temperie politico-culturale degli anni immediatamente successivi al conflitto.

Forte era la presenza della sinistra ed in particolare del Pci, che vedeva con estrema diffidenza chi abbandonava una terra su cui si stava edificando un regime comunista: per loro una sorta di paradiso in terra.

Chi scappava era secondo questa prospettiva quindi dalla parte del torto, o perché rifiutavano il modello verso cui il Pci aspirava anche in Italia, o perché erano fascisti che cercavano di sottrarsi alle loro responsabilità.

Non dimentichiamo poi il contesto di estrema miseria di quel tempo. C’era poco per tutti, e ognuno che si aggiungeva era uno in più con cui quel poco che c’era andava condiviso.

Un quadro molto complesso, in cui diffidenze ideologiche e diffusa povertà si incrociarono costituendo una miscela che generò quel clima di distacco con cui vennero di sovente accolti.

Fortunatamente, a temperare le sofferenze di questa gente intervennero i numerosi atti di solidarietà delle comunità locali, unitamente a provvedimenti legislativi che favorirono il reinserimento lavorativo nei nuovi contesti in cui gli esodati vennero a trovarsi.



 

 

giovedì 9 febbraio 2023

TTN, Perché sono proporzionalista. Un saggio del Prof. Paolo Razzuoli

Pubblichiamo il primo intervento del Pensatoio "Think Tank Reformists".

Un saggio sul sistema elettorale proporzionale, del Prof. Paolo Razzuoli.

Confutazione degli argomenti dei sostenitori del sistema elettorale maggioritario.

 Di Paolo Razzuoli

Nel corso dell’attività di Fucina idee, molteplici sono state le riflessioni proposte ai nostri lettori attorno al tema delle Leggi elettorali.

 Argomento di estrema importanza che si connette con l’altro tante volte affrontato, ovvero quello dell’importanza di recarsi alle urne, nonostante la manifesta crisi valoriale della politica.

Andare a votare è un diritto/dovere costituzionale ed è l’unico strumento che il cittadino ha per interagire con la politica. 

Assicura a ogni persona la possibilità di manifestare la propria volontà e idea durante un’elezione, andando a esprimere la propria preferenza tra i candidati (quando ciò è consentito dalla Legge Elettorale) e i vari partiti e movimenti presenti nella competizione.

 Ora alcuni cenni di storia del diritto di voto. - 

Prima dell’introduzione del suffragio universale, il diritto di voto era limitato per censo (suffragio censitario), per cultura (suffragio capacitorio) o in base al sesso. Con l’unità d’Italia nel 1861, il diritto di voto era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale. 

Nel 1881 la possibilità di recarsi alle urne fu estesa anche alla media borghesia e il limite d’età abbassato a 21 anni. 

Il suffragio universale maschile vero e proprio è stato introdotto con la legge n. 1985/1918, che ha ammesso al voto tutti i cittadini maschi. 

In Italia, tutti i cittadini maggiorenni, sia uomini che donne, andarono a votare insieme per la prima volta solo a partire dal 1946. 

Il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, che era stato approvato dalla Consulta il 23 febbraio dello stesso anno, dette ai soggetti femminili, per la prima volta nel Paese, il diritto di votare e il diritto di essere elette. 

L’articolo 48 della Costituzione italiana sancisce che “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. 

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico” e inoltre che il diritto di voto “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

Come ben si vede, per arrivare al suffragio universale ci sono voluti anni e il raggiungimento di questo diritto ha rappresentato un enorme passo avanti in tema di eguaglianza e libertà di scelta dei cittadini italiani. 

E’ un diritto che va presidiato con ogni mezzo: ed in democrazia, il presidio più efficace è la partecipazione al voto.  

Per dirla con Sartori: “La democrazia e’ governo del popolo sul popolo che, in parte e’ governato e, in parte, e’ governante (quando vota)”.  

In ragione dei vari livelli politico-amministrativi in cui sono organizzate le moderne società, il corpo elettorale è di sovente chiamato alle urne, per eleggere i suoi rappresentanti nelle varie circoscrizioni di governo: comune, regione, nazione, europa, ed altre ancora.

E ciascuna tipologia di elezione viene effettuata in base ad un diverso sistema elettorale: circostanza che crea difficoltà e disorientamento fra elettori ed elettrici, costretti a misurarsi con normative e logiche diverse e spesso complicate. Difficoltà anche aggravate dalla circostanza che – a partire dagli anni ’90, la materia è stata oggetto di numerosi interventi modificatori, soprattutto a livello nazionale e regionale. 

 In questo articolo mi occuperò solamente del livello nazionale, anche se le argomentazioni e le valutazioni possono estendersi ad altri livelli, in special modo quelli che rivestono una pregnante dimensione politica.

 Entrando come si suol dire “con i piedi nel piatto”, ritengo utile enunciare alcuni principi generali ovviamente attagliati alla situazione italiana:

1)      Da sola una Legge Elettorale non può cambiare uno stato di cose, ma può orientarlo a cambiare;

2)       Ha bisogno di altri ingredienti: esempio: abolizione del bicameralismo paritario, modernizzazione dei Regolamenti parlamentari, legge per i Partiti politici, rivisitazione della seconda parte della Costituzione;

3)       Quindi: vanno create buone regole (il sistema del voto e’ solo una di queste). Senza non e’ possibile creare nemmeno le condizioni minime del buon governo;

4)       Le leggi elettorali non hanno carattere definitivo. Vanno parametrate alla temperie politica, al momento storico;

5)       Comunque una Legge Elettorale ideale dovrebbe perseguire alcuni obiettivi strategici:

a)      coalizioni di governo che possano realmente governare e non meramente vivacchiare;

b)       coalizioni centripete (moderate) capaci di buon governo;

c)       Opportunità per l’elettorato di scegliersi il partito, lo schieramento e il candidato preferito.  

 Passo quindi ad argomentare questi enunciati.

 Anzitutto le Leggi Elettorali non sono certo sufficienti per risolvere la crisi della politica o le inefficienze dell’architettura istituzionale di un Paese. Ciò premesso, è di tutta evidenza che una buona Legge Elettorale può aiutare il cambiamento, in qualche modo tracciandone la traiettoria.

Ma affinché ciò avvenga nella direzione giusta richiede che la Legge Elettorale venga pensata non sulla base degli interessi elettorali di coloro che la sostengono, bensì su un’analisi approfondita della temperie politica e del momento storico in cui siamo immersi. 

E questo purtroppo da noi non sta accadendo. 

Pur notando che di sovente i partiti non hanno avuto il fiuto di calcolare bene gli effetti delle leggi Elettorali che hanno sostenuto e che hanno prodotto esiti ben distanti da quelli sperati, ciò che ha ispirato le varie posizioni e le scelte non è stato il desiderio di aiutare una traiettoria politica sulla base di una valutazione complessiva della temperie del momento, bensì un calcolo quantitativo dei risultati attesi. 

Insomma una prospettiva meramente di bottino elettorale, peraltro spesso errata, che non produce  altro che disorientamento del corpo elettorale, allargamento del solco fra elettori ed istituzioni, incapacità di affrontare i veri nodi della crisi politica e delle inefficienze istituzionali.

Pur risultando arduo sintetizzare in poche righe i tratti di questa difficile condizione, direi che i più rilevanti sono:

 1) Mancanza di visione e di progettualità. La politica è sempre più appiattita sul presente, sugli interessi elettoralistici, sulla gestione del potere fine a se stesso.

 2) La classe politica è sempre più interessata alla sua autoconservazione anziché ad un confronto vero con i problemi del Paese. Giacché non sono ingenuo, so benissimo che entro certi limiti il desiderio di mantenere o ancor meglio accrescere i propri ruoli è del tutto normale. Ma quando ciò si trasforma nell’unico dato che conta, si entra nel perverso vortice della degenerazione dell’idea di impegno politico.     

 3) Incrinatura del rapporto fra cittadini e classe politica, prevalentemente dovuta all’imposizione di candidature scelte con modalità feudali, quindi del tutto estranee a forme di legittimazione dal basso.

4)  Contrariamente a quanto molti di noi speravano negli anni ’90 in cui anch’io ho avuto propensioni per il sistema maggioritario, la politica si è evoluta nella direzione di una sua radicalizzazione, quindi con l’accrescimento del peso di componenti estreme, a scapito di un centro che si è progressivamente indebolito. Ai tempi dello scontro Prodi-Berlusconi, molti di noi si erano illusi che anche in Italia si potesse inaugurare una stagione bipolare fondata, come è del resto naturale per questa tipologia di assetto politico, sullo scontro-alternatività di due schieramenti a forte prevalenza centrista-moderata, che pur alternandosi alla guida del Paese non mettevano in discussione le scelte fondamentali sia di politica interna che     internazionale. E’ stata un’occasione persa? Può essere, ma ora è un’altra epoca.  

5) In Italia vincere le elezioni non ha significato poter efficacemente governare. Purtroppo da noi l’instabilità dei governi è una condizione cronica. E lo è stata con ogni tipo di Legge Elettorale. A dimostrazione che di per sé la Legge Elettorale non basta a risolvere il problema. Solo qualche esempio: la legislatura eletta nel 1994 con una legge fortemente maggioritaria, è durata circa 2 anni. Nella successiva, quella eletta sempre con la medesima Legge Elettorale nel 1996, abbiamo avuto 2 governi Prodi, poi quello di D’Alema, ed infine il governo Amato. Nella legislatura eletta nel 2001 con la medesima legge, abbiamo avuto per l’intera durata Berlusconi quale presidente del Consiglio, ma con crisi e convulsioni varie che hanno creato una diffusa instabilità. Ultimo esempio, quello della legislatura eletta nel 2006 con il cosiddetto “porcellum” di tipo proporzionale a liste bloccate e con un consistente premio di maggioranza, sciolta nel 2008.

 

 Insomma, mi sembra chiaro che i fatti ci insegnano che da noi anche un impianto elettorale fortemente maggioritario non garantisce quella stabilità addotta quale principale esito di tale preferenza.   

  Sappiamo infatti che il maggioritario presuppone l’alternanza fra schieramenti compatti e fortemente centripedi. Ebbene, da noi, ed in verità non solo da noi, l’evoluzione degli scenari politici sta andando verso altre traiettorie. Per ragioni che in molte occasioni ho già avuto modo di indagare, si stanno sempre più affermando forze populiste ed estreme, e che stanno mettendo a dura prova anche democrazie consolidate con sistemi elettorali di impianto maggioritario.

Dinamica questa che si sta affermando anche da noi, rendendo ancor più difficile che altrove la possibilità di dar vita a coalizioni capaci di condividere progetti politici all’altezza delle sfide della contemporaneità.

Infatti “vincere le elezioni non si traduce in una conseguente capacità di governo”.

Le nostre coalizioni sono sì cartelli elettorali, ma non sono progetti politici. Sono “matrimoni di interesse”, nei quali ciascuno cerca di issare le proprie bandierine identitarie.

Una sorta di concorrenza intestina, più o meno palese, mossa dall’attenzione ai propri tornaconti elettorali veri o presunti, ma certo non in linea con l’esigenza della stabilità e soprattutto di una autentica democrazia governante.

  Il tema vero è a mio avviso proprio questo: creare le condizioni per dar vita ad una autentica “democrazia governante”, capace di affrontare le difficoltà vecchie e nuove del Paese, e di creare i presupposti per un suo rilancio nella competizione globale.

Sfida evidentemente di straordinaria complessità, che solo può essere affrontata da una piattaforma politica coesa, non corrosa dal tarlo della competizione interna, non deviata da istanze populiste, unita anche nella consapevolezza di riforme istituzionali non funzionali ad interessi di parte bensì mirate al buon funzionamento istituzionale che serve per recuperare efficacia ed efficienza alla nostra democrazia.

 Solo dall’incontro di forze centripede si potrà sperare di creare le condizioni per affrontare le sfide del tempo che viviamo. Forze che esistono nel Paese e nella politica, e che sono sempre più subalterne alla retorica delle ali estreme.

 Credo sia l’ora che di questa situazione si prenda coscienza, e che si agisca per creare le condizioni affinché le forze del progresso consapevole possano ritrovarsi attorno ad un progetto politico di ampi orizzonti.

  Per questo occorrono alcune condizioni indispensabili:

 Anzitutto che le componenti riformiste – ovunque siano al momento disperse – prendano coscienza della propria funzione e della necessità di imprimere agli assetti politici le coerenti e conseguenti dinamiche.

Fra queste, di primaria importanza è una Legge Elettorale di impianto proporzionale, che chiuda definitivamente una immaginaria stagione bipolare che in Italia non è realmente mai decollata.

Una legge che, è sin troppo ovvio doverlo dire, eviti eccessive frammentazioni attraverso adeguati sbarramenti.   

Una legge che aiuti la ripresa del rapporto fra elettori ed eletti, quindi che preveda la possibilità di scelta dei candidati. 

 Poi è necessario – come già detto – che si prenda atto che di per sé la Legge Elettorale non è sufficiente per sciogliere i nodi delle nostre inefficienze istituzionali. Essa va inserita in un quadro riformatore più ambizioso che, senza immaginare pericolose scorciatoie, sappia pensare le modifiche dell’architettura istituzionale per adeguarle all’oggi. Per questo, personalmente ritengo molto utile il materiale ed il dibattito sviluppatosi al tempo della riforma del Governo Renzi e del referendum costituzionale del 2016.

 Occorre un serio lavoro di elaborazione politico-culturale, mediante l’apporto di chi crede in un progetto riformista, che presuppone la capacità di mettersi in discussione e la consapevolezza della dignità della mediazione che non va confusa con l’inciucio.

 Infine ritorno sulla crisi della politica: tema complesso che ovviamente non si esaurisce nelle Leggi Elettorali.

E’ un tema credo ormai improcrastinabile, e che interpella tutte le forze vive del Paese.

Si parla della disaffezione per la politica per qualche giorno dopo le elezioni, per poi riporlo nel dimenticatoio. Andando avanti così le istituzioni di democrazia rappresentativa sono a rischio, anche sulla spinta di dinamiche avvertibili in Paesi a democrazie antiche e consolidate.

Emilio Gentile parla di una deriva da “democrazia rappresentativa” in “democrazia recitativa”.  

Tema serio, che va ben oltre i confini della Legge Elettorale, ma che in una Legge Elettorale adeguata alla temperie politico-culturale del momento può trovare uno strumento utile.

 Governare è anzitutto una condizione di grandissima responsabilità. Esercitare la funzione di governo è sì anche un privilegio, ma è soprattutto un atto di grandissima responsabilità verso il Paese.

 Responsabilità che imporrebbe anzitutto un messaggio chiaro con il corpo elettorale, ovviamente a partire dalle campagne elettorali che dovrebbero essere sobrie e realistiche.

 E qui mi piace chiudere citando alcide De Gasperi: 

“cercate di promettere un po’ meno di quello che pensate di realizzare se vinceste le elezioni”.

Lucca, 8 febbraio 2023



 

 

 

martedì 7 febbraio 2023

TTR - Think Tank Reformists – cosa vuole essere?

My dear,

come avrai visto i riformisti hanno dato vita a “Think Tank Reformists” TTR 

Cosa vuole essere?  Un Pensatoio,

in cui alcune donne e uomini di esperienza, di cultura, di vita vissuta, discutono liberamente di cosa e come dovrebbe essere un nuovo partito Riformista e Liberale di cui si parla ma tempo e che in questi ultimi mesi sembra diventare realtà sotto la spinta di Carlo Calenda e Matteo Renzi.

Come si partecipa a TTR?  Nessuna iscrizione,

solo acconsentendo a ricevere e fare articoli, riflessioni, a seguire i dibattiti pubblici che insieme realizzeremo, liberamente, senza vincoli di tessere, partiti, senza impegni nel tempo.

Tutti possono partecipare per il tempo che vogliono. Non ci sono vincoli alcuno.

TTR vuole essere solo una goccia di acqua cristallina nell’oceano del processo avviato di costruzione di questo nuovo grande polo liberal-democratico al centro della vita politica italiana, per rompere la sterile contrapposizione fra destra e sinistra.

Se non ti interessa ti preghiamo di scrivere un sms NO TTR al nostro WhatsApp 3480533233 e non ti importuneremo più.

Se no continuerai a ricevere queste nostre informazioni.

A giorni ti invieremo una serie di temi che saranno in discussione nei prossimi mesi sia sul nuovo Partito che sul Programma Politico (esempio: Quale Forma di Partito? Repubblica Presidenziale o Sindaco d’Italia?)

Temi che potranno essere implementati con tue proposte di discussione.

Già da ora puoi mandarci riflessioni e/o articoli a tuo piacimento  scrivendo a tinktankreformists@gmail.com, che provvederemo a veicolare a mass media e aderenti al progetto e pubblicandoli sul blog:  https://riformistitoscani.blogspot.com/

Il primo di battito pubblico che stiamo organizzando si terrà a metà Marzo, su un tema di strettissima attualità, che ti daremo appena conclusa la fase organizzativa.

Grazie

TTR



 

 

 

domenica 5 febbraio 2023

Nasce “Think Tank Reformists” acronimo TTR

I Riformisti della Toscana nelle varie sigle esistenti hanno deciso di costituire “Think Tank Reformists” un gruppo culturale di approfondimento e comunicazione a cui tutti possono liberamente partecipare.

“Think Tank Reformists”, non è un Partito, né lo sarà: è un gruppo culturale di studio, riflessione e comunicazione, per essere sprone alla costituzione del nuovo partito Riformista e Liberale, che molti vogliono e che Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno lanciato con Federazione fra Azione e Italia Viva.

TTR chiama alla partecipazione tutto coloro che credono nel disegno di un terzo polo, per superare la sterile contrapposizione destra sinistra, al di là di dove provengano o di una loro eventuale iscrizione, in altri partiti e movimenti.

TTR non è destra-destra e non è sinistra-sinistra: è tutto il resto.

Tutti possono liberamente contribuire: partecipando alle riunioni in programma e/o con scritti e articoli di stampa.

E’ sufficiente dare la disponibilità alla mail tinktankreformists@gmail.com

Oppure per WhatsApp al cellulare 3480533233

TTR è solo un Gruppo Culturale, che vuole aiutare e partecipare alla realizzazione di un grande polo liberal-democratico al centro della vita politica italiana.

TTR è impegnato per i grandi ideali Europei dei Padri Fondatori e vuole essere di sprone a Carlo Calenda e Matteo Renzi perché dalla Federazione fra Azione e Italia Viva si giunga al più presto ad un grande e nuovo Partito Riformista e Liberale, in Italia e in Europa, con una Costituente aperta a tutti i movimenti che lo condividano.

A tal fine è stato realizzato un Blog: https://riformistitoscani.blogspot.com/

Un gruppo WhatsApp “Think Tank Reformists”,  una newsletter per comunicare a tutti e alla stampa i contributi che TTR e/o i singoli partecipanti, editeranno.

Un Gruppo Facebook: Think Tank Reformists” - TTR

Il nostro marchio è un mazzo di rose multicolori, perché TTR è aperto a tutti, tutti coloro che condividano con noi la realizzazione di questi obiettivi.



mercoledì 3 agosto 2022

Sanità: forse ha ragione Matteo Renzi

 Dito a scatto, la diagnosi del mio medico di base, che mi segna una radiografia alla mano.

Vado da un centro radiologico specializzato e la ragazza al banco mi offre due possibilità di appuntamento per la radiografia

  1. Fine ottobre con il Servizio Sanitario Nazionale
  2. Il giorno dopo, a pagamento.

 Ed è solo una radiografia alla mano, una cosa da dieci minuti.

 Forse ha ragione Matteo Renzi che chiede da tempo l’utilizzo del MES sanitario con i 37 miliardi che ci offre l’Europa, per migliorare i servizi ed abbattere i tempi delle prestazioni mediche chirurgiche.

Francesco Colucci

 




lunedì 27 giugno 2022

Il civico Mario Pardini, occasione per il cambiamento di Lucca, ma anche della Politica.

Mario è un caro amico, presentatomi tanti anni fa, dal compianto Vincenzo Placido, socialista da sempre, come me.

Ha attivamente portato avanti con noi il Comitato Nazionale di Marcello Pera, per il SI al Referendum Costituzionale proposto da Matteo Renzi, rimpianto ora da tutti.

Si è attivato, con noi del Terzo Polo, Italia Viva, Azione e +Europa nel cercare di portare Giorgio del Ghingaro a Sindaco di Lucca, quando il centro destra lo aveva emarginato come candidato, facendo lui stesso un generoso passo indietro.

Era il nostro civico candidato ideale a Sindaco, dopo la rinuncia di Del Ghingaro, ma il sostegno tardivo, ma esplicito della destra, ha indotto la nostra dirigenza nazionale a stoppare l’accordo che noi a Lucca, volevamo fortemente con lui.

Anche per il ballottaggio, le “ragioni romane” di Italia Viva ma ancor più di Azione, ci hanno impedito l’accordo, che Alberto Veronesi, voleva fare e ha fatto.

Come presentatore, assieme a Alessandro Remaschi, della lista del Terzo Polo non ho dato la mia firma per l’apparentamento con Mario Pardini, ubbidendo ai miei dirigenti nazionali. 

Non rimpiango questa mia decisione che reputo allora opportuna.

Quando si è iscritti ad un partito, si obbedisce agli ordini che vengono dall’alto o si esce da partito e francamente valuto il disegno politico che Matteo Renzi sta portando avanti in Italia, così importante da dover accettare serenamente decisioni, a volte spiacevoli.

Ho un'unica osservazione da fare e che faremo d’ora in avanti in tutte le sedi: se crediamo veramente al nuovo terzo Polo, Riformista e Liberale occorre liberarsi di vecchie incrostazioni leniniste.

I nostri alleati sono al centro, a destra e a sinistra abbiamo tutti avversari, da convertire alle nostre idee e, solo a volte, in particolari situazioni, possibili alleati per qualche tempo, siano essi di Meloni, Salvini, Letta o Bersani.

Sulle alleanze dobbiamo valutare le idee, i programmi, le persone, le capacità, la serietà, non rimanere attaccati a steccati divisori di quasi ottant’anni fa.

Se non operiamo d’ora in avanti così, non saremo mai il centro, ma solo una vecchia e stantia edizione di un arcaico centro-sinistra, che non esiste più.

Sono profondamente convinto che Mario Pardini, sarà un ottimo Sindaco e noi, fuori dalla sua maggioranza, dovremo cercare di dare una grande mano perché il disegno di discontinuità e cambiamento di Lucca, fortemente condiviso, sia realizzato il prima possibile.

Ci batteremo perché Italia Viva faccia una opposizione diversa dalla sinistra, molto costruttiva, propositiva, di sostegno a tutte le iniziative di cambiamento che il nuovo Sindaco porterà avanti e che fanno parte, in molti casi, di convergenti idee preelettorali.

Cercheremo di rafforzare il Terzo Polo Riformista e Liberale per allargarlo alle vecchie e nuove realtà che si stanno muovendo al centro dello schieramento politico nazionale e locale, ricercando sponde con donne e  uomini del cambiamento come Giorgio del Ghingaro, Ludovica Giorgi, Donatella Buonriposi, Francesco Poggi e molti altri presenti, sul nostro territorio.

Quello che è certo che a Lucca si chiude un ciclo di arrogante potere PD, di vetero cattocomunismo, di oscurantismo politico che ha prostrato, per anni, sul piano culturale e decisionale, una grande città come Lucca.

Il civico Mario Pardini è l’occasione di una grande cambiamento per la città ma anche nella politica lucchese.

Francesco Colucci, Riformisti per Italia Viva.